Prosegue la vicenda che in queste settimane ha coinvolto il primario di Nefrologia e Dialisi dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma, Roberto Palumbo, che continua a far discutere e a generare interrogativi sulla trasparenza e sul funzionamento di una parte del sistema sanitario romano.
L’inchiesta della Procura ha delineato un quadro complesso che riguarda la gestione dei pazienti dialitici e i rapporti tra strutture pubbliche e cliniche private convenzionate.
Secondo gli investigatori, Palumbo avrebbe messo in piedi un sistema capace di indirizzare i pazienti dimessi dall’ospedale verso centri privati con cui intratteneva rapporti economici diretti o indiretti. Gli inquirenti sostengono che le scelte cliniche fossero spesso condizionate da accordi corruttivi e non da criteri medici, creando una commistione impropria tra il ruolo pubblico del primario e gli interessi privati delle strutture coinvolte. L’arresto del medico è avvenuto dopo la consegna di una somma in denaro, considerata dagli investigatori una tangente, da parte dell’amministratore di una clinica privata.
Dall’ordinanza del giudice emerge un quadro ritenuto grave, caratterizzato da una presunta gestione personale del percorso dei pazienti e da benefici economici riconducibili al professionista. Oltre al denaro in contanti, gli investigatori hanno individuato una serie di vantaggi economici e patrimoniali che avrebbero contribuito a consolidare un sistema considerato stabile e non episodico. Il giudice ha sottolineato come la posizione apicale di Palumbo all’interno dell’ospedale abbia favorito una gestione ritenuta incompatibile con i principi di imparzialità e con la responsabilità che il ruolo pubblico comporta.
A seguito dell’arresto, l’ASL Roma 2 ha disposto la sospensione del medico dal servizio e ha avviato le procedure interne necessarie a chiarire eventuali ulteriori responsabilità. L’azienda sanitaria ha annunciato la propria piena disponibilità a collaborare con la magistratura e ha espresso l’intenzione di adottare tutte le misure indispensabili per garantire trasparenza e tutela dei pazienti.
L’inchiesta non si limita alla figura del primario ma coinvolge un gruppo più ampio di professionisti e gestori di strutture private, segnalando un possibile problema sistemico nella gestione della dialisi in alcune realtà del territorio. Le indagini proseguiranno per accertare la rete di rapporti e verificare se il modello contestato possa essersi esteso ad altri ambiti o strutture convenzionate.
La vicenda apre un dibattito più ampio sul rapporto tra pubblico e privato nella sanità, in particolare nei settori che riguardano pazienti fragili e terapie salvavita. La necessità di controlli più rigorosi, di criteri di trasparenza e di un rafforzamento dei sistemi di vigilanza emerge come elemento centrale per evitare che episodi del genere possano ripetersi e per tutelare la fiducia dei cittadini nel servizio sanitario.
Articolo a cura di Francesca Giovannini









