Un articolato sistema di traffico di sostanze stupefacenti che avrebbe trasformato il carcere di Rebibbia in una vera e propria piazza di spaccio è stato smantellato grazie a un’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ed eseguita dal Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria. L’inchiesta ha portato all’esecuzione di dieci misure cautelari nei confronti di persone ritenute coinvolte, a vario titolo, nell’organizzazione criminale.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’attività illecita sarebbe stata diretta da alcuni detenuti che, pur reclusi, avrebbero continuato a coordinare lo spaccio all’interno dell’istituto penitenziario, contando sull’appoggio di complici all’esterno incaricati di reperire e far arrivare la droga oltre le mura del carcere. Le sostanze, una volta introdotte, venivano poi distribuite tra i detenuti, alimentando un mercato clandestino interno.
Tra gli arrestati figura anche un’avvocata del Foro di Roma, finita agli arresti domiciliari. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe sfruttato il proprio ruolo professionale e gli accessi consentiti per i colloqui con i detenuti per introdurre ripetutamente sostanze stupefacenti all’interno della struttura penitenziaria, ricevendo in cambio un compenso economico. Le accuse dovranno ora essere vagliate nel corso del procedimento giudiziario e la professionista potrà far valere la propria difesa nelle sedi competenti.
Le indagini hanno consentito di ricostruire un meccanismo ritenuto seriale, fondato sulla collaborazione tra detenuti e soggetti esterni, in grado di garantire un costante approvvigionamento di droga all’interno del carcere. Gli investigatori ritengono che il gruppo avesse messo a punto modalità consolidate per aggirare i controlli e mantenere operativo il traffico di stupefacenti.
L’operazione rappresenta un nuovo intervento contro i fenomeni di criminalità organizzata che continuano a interessare gli istituti penitenziari e conferma l’attenzione delle autorità nel contrastare le attività illecite che, anche dall’interno delle carceri, possono continuare ad alimentare traffici e interessi criminali sul territorio.
Articolo a cura di Francesca Giovannini









